Il detenuto missionario nella casa circondariale di Tolmezzo

Una riflessione per il mese missionario di ottobre
Il detenuto missionario
“Padre, si può essere missionari in carcere?” Decisamente, i detenuti non finiscono mai di sorprenderti con le loro domande, a volte davvero imprevedibili. Cosa rispondere a questo giovane? In un terreno che sembra così refrattario ad accogliere il seme della Parola, esiste qualcuno che si faccia testimone ed annunciatore della buona notizia? E come…?
Forse l’episodio di cui è stato protagonista Sergio e che qui riporto, così come me lo ha riassunto, può gettare un po’ di luce oltre le sbarre.
“Ieri è venuto da me un amico: io sapevo che prima doveva avere il colloquio con la sua compagna e col suo bambino. Preparatosi al colloquio, non arriva però nessuno. Allora il mio compagno fa chiamare al telefono la compagna, per sapere cosa era successo. Lei gli dice che suo figlio non voleva più vederlo e per questo non sono venuti.
Quando lui mi racconta questo fatto comincia a piangere, ma anche ad inveire contro la donna, dicendogliene di tutti i colori. Allora io prendo le sue mani e poi gli dico: Non piangere, come si chiamano la tua donna e il bambino? Mi dice i loro nomi, e io gli dico: preghiamo per loro, e pure per te. Lui mi guarda incredulo, ma io inizio a pregare l’Ave Maria; ne faccio cinque, e poi alla fine dico la Salve Regina. Lui si calma e io gli dico che non deve prendersela con la sua donna, poveretta, che sta crescendo il bambino da sola. Gli dico che l’astio non serve e non porta a nulla. Poi gli suggerisco di farli chiamare al telefono il giorno seguente e aggiungo: anche se il tuo bambino non ti vuole sentire, tu chiama lo stesso; l’importante è che lui senta la tua presenza, anche se solo tramite il telefono.
Lui mi ascolta, e il giorno dopo fa come gli avevo suggerito; fa chiamare al telefono la sua donna… e gli risponde il bambino (!) che gli dice: scusa papà, se ieri non siamo potuti venire, ma la mamma aveva un impegno di lavoro e non poteva mancare. Il papà gli dice: non ti preoccupare, a me basta sapere che stai bene e che vuoi bene a papà. Allora il figlio gli risponde: papà, io non ti voglio bene, io ti amo!
Finita la chiamata lui viene subito da me a raccontarmi tutto. Piange di nuovo, ma questa volta non sono lacrime di rabbia, ma di commozione.
Ecco: la rabbia, il risentimento, il desiderio di vendetta non servono a nulla. Quando ci capita qualcosa di negativo durante la giornata, cerchiamo di dedicare venti minuti al Signore. Lui ha sacrificato la propria vita per noi, e noi non riusciamo a dargli venti minuti? Perciò apriamo il nostro cuore a Cristo Gesù e diamoci tutti a lui, nel bene e nel male, perché lui sa sempre cosa è giusto per noi.”
Che ne dite: si può essere missionari anche in un carcere? A me sembra proprio di sì!
P. Claudio Santangelo C.M.
Cappellano della casa circondariale di Tolmezzo