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Rendere effettivo il Vangelo: A Napoli la Famiglia Vincenziana riscopre la “Cura dell’Altro” come  segno di dedizione

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NAPOLI, 17-18-19 Ottobre 2025 — Si è concluso lo scorso fine settimana a Napoli, presso Casa Santa  Luisa (Figlie della Carità), il Simposio Nazionale della Famiglia Vincenziana d’Italia.  

L’evento, dal titolo evocativo "Rendere effettivo il Vangelo", ha riunito i membri della FamVin attorno al  tema cruciale delle "sfide della missionarietà", invitando a una profonda riflessione sulla Carità e la "cura  dell’altro" nella società contemporanea. 

Il cuore dei tre giorni di congresso ha battuto al ritmo di un imperativo spirituale e pratico: "Pensare  insieme, Sentire insieme". Come sottolineato durante le sessioni plenarie degli interventi dei relatori,  "l'azione precede la visione, ma l'immaginazione è l'architrave della trasformazione," riconoscendo la  titanica complessità di questa missione, paragonata al "plasmare l'essenza di un'anima; un'impresa più ardua  che governare le orbite di un cosmo." 

L'Incontro che Protegge: Oltre il Bisogno 

Al centro delle discussioni ha palpitato la riflessione sull’"Incontro" con l’altro, un’esperienza che deve  squarciare il velo della mera assistenza materiale. L’incontro autentico non si accontenta di vedere il  bisogno, ma si realizza riconoscendo l'altro "nel suo nome e nella sua storia," elevandosi a solenne gesto di  "Protezione della Persona." È un’azione che non ammette sterilità, ma si traduce in un fiume in piena  permeato dalla Pietà e dalla Carità operosa. 

La "cura dell'altro", autentico cuore pulsante del Simposio, rifiuta ogni tiepidezza e non ammette  superficialità. Essa esige un’immersione totale: richiede di "sentire come nostre le gioie e le pene  dell'altro," spingendo all'irrinunciabile atto di "chinarsi" con umiltà e di "incaricarsi" con ardore. Questo  coinvolgimento non è una teoria astratta, ma un imperativo che plasma l'esistenza, richiedendo di  "coinvolgere e modificare radicalmente anche le nostre abitudini," per rendere la compassione non un  gesto occasionale, ma l'elemento strutturale e incandescente della vita cristiana. 

La Carità che è Agape: Grazia e Generosità 

Un focus specifico ha illuminato la profonda e vitale interconnessione tra Carità e Agape. Quest’ultima, la  forma più pura dell’amore divino, è stata definita non come un semplice sentimento, ma come un solenne  atto di volontà: "accogliere, stimare, apprezzare, riconoscere l'altro e dargli spazio", consacrando la sua  dignità. La Carità, che trae la sua luce dal greco cháris, la "grazia", è intesa come un’azione che sgorga  dagli affetti più elevati, "lieta di perdersi nella generosità" inebriante. È la forza spirituale capace di  "valorizzare" l'altro al di là di ogni merito, dimenticando il gesto compiuto perché esso è un dono puro.  Questa è la sublime sinergia di "Misericordia e Carità": non un mezzo per prevalere, ma il culmine del  donarsi senza riserve, l'amore offerto senza attesa di ritorno, elevandosi a virtù teologale suprema. 

Tre Archetipi Evangelici 

Durante il Simposio, tre figure evangeliche si sono elevate come pilastri e gesti concreti che scolpiscono la  "cura dell'altro" nella quotidianità e nell’audace missionarietà vincenziana. 

1. Il Buon Samaritano (Luca 10, 25-37): L'Assunzione Totale di Responsabilità.

Non è un passante distratto, ma il simbolo stesso dell'azione che spezza l'indifferenza. La sua storia  ci grida che "Incaricarsi è la cura dell'altro", un fardello d’amore. La vera cura non è delegabile,  ma "passa per la nostra vita intera," chiedendoci di trasformarci attivamente in "prossimi  all'altro", lasciando ogni certezza per soccorrere chi giace ferito sul ciglio della strada. 

2. La Lavanda dei Piedi (Giovanni 13, 1-17): L'Umiltà che Eleva. Non è un semplice rito, ma un  gesto radicale che rovescia ogni gerarchia umana, l'espressione più sublime di stima e umiltà.  "Raggiungere l’altro chinato sui piedi,", significa "avere stima viscerale, e prendere l'altro dal  basso," sollevandolo con la forza di un servizio che si fa adorazione. 

3. Simeone (Luca 2, 25-35): L'Impegno come Segno di Dedizione. Il riferimento al profeta che  accoglie il Messia ha illuminato la missione vincenziana nel mondo contemporaneo. L’impegno  radicale nella "cura dell’altro" non è facile accettazione, ma si pone come un coraggioso "segno di  dedizione" che sfida l’egoismo dilagante. È la profezia di chi vive l’amore di Dio in modo così  incondizionato da diventare inevitabilmente un faro che interroga e muove le coscienze. 

L'Eredità di San Vincenzo de’ Paoli 

L'intera riflessione è stata sostenuta dalla spiritualità luminosa di San Vincenzo de’ Paoli, un gigante della  Carità, la cui eredità esige da noi "gesti radicali e creativi" di fronte all'immensa sofferenza della povertà,  che affligge l'essere tanto nella materia quanto nello spirito. 

L'approccio vincenziano è intessuto di una profonda delicatezza: è imperniato sul sacro rispetto della  "libertà e dell'autonomia della persona," un riconoscimento che eleva l'altro al di sopra della sua  condizione di bisogno. Questa missione, tuttavia, non si può compiere in solitudine. Si riassume in un  accorato richiamo alla comunione, un sussurro che risuona come un monito e una promessa: "Da soli non  si può essere una soluzione per i poveri, ma insieme con gli altri, sì!" È nell'unità dei cuori e delle mani  che la Carità trova la sua forza inarrestabile. 

Il Simposio, dunque, si è dimostrato essere un fervente rilancio spirituale, che ha risuonato come un  appello urgente alla Famiglia Vincenziana, esortando a non permettere che la passione per il Vangelo  venga mai secolarizzata. La chiusura di questa intensa tre giorni ha riaffermato l'unica strada da percorrere:  mantenere viva quella fiamma ereditata dal fondatore della Congregazione della Missione attraverso la  scelta quotidiana di dedicare il proprio tempo e l'intera esistenza a farsi carico dell'altro.  

Un impegno che si rinnova nel riconoscere l'altro "nella sua storia" (L’Incontro), nel donarsi con la  "generosità lieta" (La Carità) e nel vivere la propria missione come un coraggioso "segno di Dedizione" che trasforma l'esistenza in un atto ininterrotto di amore operoso. 

Serena Sara Anastasi 
Responsabile Comunicazione Locanda del Samaritano