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Nel segno del Beato Ozanam: intervista a Paola Da Ros

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In occasione della memoria liturgica del Beato Ozanam pubblichiamo una intervista a Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli. 

 a cura di Elena Grazini e la collaborazione di Alessandro Ginotta  

  • Presidente, partiamo da una domanda personale: come ha conosciuto il Beato Ozanam? Quale tratto della sua storia e della sua dimensione umana e spirituale l’ha più colpita? Quale sente più vicino alla sua vita e alla sua esperienza personale?

Ho conosciuto il Beato Federico Ozanam grazie a mia madre, Lydia Da Ros, che è stata Presidente del Consiglio Centrale di Vittorio Veneto e Presidente interregionale della Società di San Vincenzo De Paoli per il Veneto e il Trentino. La Società di San Vincenzo De Paoli è quindi entrata molto presto nella mia vita. Posso dire di essere vincenziana da sempre, perché fin da giovane ne ho respirato lo spirito, ancora prima di comprenderne pienamente la profondità.

Giovane vincenziana, ho avuto la possibilità di partecipare a numerosi Campi Ozanam: esperienze che hanno lasciato in me un’impronta profonda. Ricordo in particolare il Campo del 1982, durante il quale incontrai persone davvero speciali, come Mons. Nicola Pavoni, allora Consigliere spirituale nazionale, e i tanti adulti che, attraverso la loro testimonianza, mi fecero toccare con mano il carisma vincenziano.

Mons. Pavoni fu il primo a tradurre le lettere del Beato Federico Ozanam, fino ad allora disponibili soltanto in lingua francese, raccogliendole in due volumi da lui curati. In quegli anni imparai che la Società di San Vincenzo De Paoli non è soltanto un’organizzazione che offre aiuto: è, prima di tutto, un’associazione di amici, di laici che collaborano e camminano insieme. È un’esperienza di fede che si vive nella relazione.

Del Beato Federico Ozanam mi colpisce soprattutto la sua straordinaria umanità. Era un uomo colto e appassionato, capace di leggere con lucidità i problemi del proprio tempo, ma anche una persona sensibile, attraversata da dubbi, fatiche e domande. La fede non rappresentò per lui un riparo dalle inquietudini della vita: divenne la forza con cui affrontarle e trasformarle in impegno. Trovo particolarmente significativa la sua capacità di non attendere di avere tutte le risposte prima di cominciare ad agire.

Sento molto vicina anche la sua dimensione laicale. Ozanam visse pienamente la propria vocazione cristiana nella famiglia, nella professione, nella cultura e nella società. Fu marito, padre, docente e cittadino impegnato. Seppe tenere insieme responsabilità diverse, senza mai considerarle separate dalla fede. La sua vita ci insegna che la santità può maturare nella quotidianità, dentro le relazioni, il lavoro, le scelte e le preoccupazioni di ogni giorno.

C’è poi un tratto che considero essenziale: Ozanam non guardava da lontano le persone povere. Sentì il bisogno di incontrarle nelle loro case, di ascoltarle e di lasciarsi coinvolgere dalle loro storie. Questa reciprocità mi interpella profondamente. Nel servizio vincenziano scopriamo che non esiste qualcuno che possiede tutto e qualcuno che può soltanto ricevere: ogni incontro autentico trasforma entrambe le persone.

Se penso alla mia esperienza, è proprio questa l’eredità che sento più vicina: una fede concreta, che prende forma nella prossimità e nella responsabilità, vissuta insieme agli altri. Federico Ozanam mi ricorda che, per rendere il mondo più umano, non occorrono necessariamente gesti straordinari. Occorre però avere il coraggio di dire, con sincerità: «Questa persona mi riguarda. Voglio aiutarla a crescere e accompagnarla fuori dalla sua condizione di difficoltà».

È un impegno che riguarda tutti, indistintamente: giovani, anziani, persone disoccupate, ammalate o detenute. A questo proposito, desidero ricordare le numerose attività che la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV porta avanti nelle carceri italiane. Ogni giorno i nostri volontari offrono conforto alle persone detenute e alle loro famiglie e, soprattutto, costruiscono opportunità per il futuro, favorendone il reinserimento nella società civile al termine del periodo di detenzione.

Altrettanto importanti sono le molte iniziative rivolte agli studenti e alle famiglie, attraverso le quali promuoviamo e diffondiamo la cultura della legalità.

Questo è il messaggio che ho ricevuto da mia madre e dai tanti vincenziani incontrati lungo il cammino. Ed è lo stesso messaggio che, ancora oggi, cerco di custodire e trasmettere.

  • Lo stato laicale del Beato Ozanam è senza dubbio il tratto della sua figura che colpisce di più ad una prima lettura della sua biografia. Colpisce l’incisività del suo impegno da laico a tutto tondo che lo rese assolutamente “moderno” rispetto alla sua epoca. Potremmo dire che fu “antesignano” dell'impegno e dell'apostolato laico moderno. Cosa ne pensa? Quale altro tratto contraddistingue la sua figura?

Sì, credo che il Beato Federico Ozanam possa essere considerato un autentico antesignano dell’impegno e dell’apostolato laicale moderno. La sua fu una scelta profondamente innovativa: la Società di San Vincenzo De Paoli, fondata nel 1833 da un gruppo di giovani laici, rappresentò la prima associazione autonoma di laici interamente dedita alla Carità.

Fino ad allora, infatti, il servizio organizzato alle persone più povere era prevalentemente affidato a consacrate e consacrati, che potevano avvalersi occasionalmente dell’aiuto dei laici. Con Ozanam avviene un passaggio decisivo: i laici assumono direttamente, liberamente e responsabilmente l’iniziativa della Carità. Non più semplici collaboratori, dunque, ma protagonisti di un’opera nata dal loro discernimento, organizzata attraverso il loro impegno e radicata nella loro vocazione battesimale.

È una novità straordinaria per l’epoca. Ozanam comprende che la fede può e deve prendere corpo nella vita ordinaria, senza separarsi dalla professione, dalla famiglia, dalla cultura e dalla partecipazione civile. Egli stesso fu marito, padre, docente universitario, intellettuale e cittadino appassionato: un laico a tutto tondo, capace di trasformare il Vangelo in una presenza concreta nella società.

Un altro tratto che contraddistingue la sua figura è la capacità di unire Carità e giustizia sociale. Ozanam non si accontentava di alleviare una sofferenza nell’immediato: desiderava comprenderne le cause e contribuire a rimuoverle. Intuì che il povero non è il destinatario passivo di un aiuto, ma una persona da incontrare, ascoltare e riconoscere nella sua piena dignità. Per questo la Visita a domicilio divenne il cuore dell’esperienza vincenziana: entrare nella casa di chi soffre significava accostarsi alla sua vita con rispetto e lasciarsi cambiare dalla relazione.

Mi colpisce, inoltre, la sua capacità di tenere insieme pensiero e azione. Possedeva una cultura straordinaria, ma non ne fece mai un rifugio distante dalla realtà. La mise al servizio del bene comune, attraversando le inquietudini sociali del suo tempo con uno sguardo lucido, una fede profonda e un’autentica passione per l’umanità.

Ozanam ci consegna così una visione ancora attualissima: la santità laicale non consiste nel sottrarsi al mondo, ma nell’assumersi la responsabilità di abitarlo, servirlo e trasformarlo. La Società di San Vincenzo De Paoli nacque proprio da questa intuizione rivoluzionaria: alcuni giovani laici compresero che la Carità li riguardava personalmente. Quella responsabilità, dal 1833, continua a interpellare ciascuno di noi.

  • La Visita a domicilio dei poveri è il cuore dell’impegno del Beato Ozanam da cui prese le mosse la Società di San Vincenzo De Paoli da lui fondata. Cosa significa oggi impegnarsi a favore dei poveri nello spirito del Beato Ozanam attraverso la Società di San Vincenzo De Paoli?

Impegnarsi oggi a favore delle persone più povere nello spirito del Beato Federico Ozanam significa, prima di tutto, scegliere di incontrarle. La Visita a domicilio resta il cuore della nostra esperienza vincenziana proprio perché ci chiede di uscire dai nostri ambienti, dalle nostre sicurezze e, talvolta, anche dai nostri pregiudizi, per entrare con rispetto nella vita dell’altro.

Visitare una persona nella sua casa non equivale semplicemente a consegnare un aiuto. Significa bussare a una porta con discrezione, sedersi accanto a qualcuno, ascoltarne la storia, comprenderne le fatiche e riconoscerne la dignità. In quel momento non ci troviamo davanti a una pratica da gestire o a un bisogno da classificare, ma a una persona con un nome, degli affetti, delle ferite, delle capacità e dei desideri. La povertà non cancella mai l’unicità di un essere umano.

Oggi, inoltre, la povertà assume forme nuove e spesso meno visibili. Accanto alle difficoltà economiche incontriamo la solitudine degli anziani, la precarietà lavorativa, il disagio abitativo, la fragilità educativa, le difficoltà delle famiglie, la malattia, l’indebitamento, le dipendenze e la perdita di fiducia nel futuro. Per questo la Visita a domicilio richiede ascolto, formazione, capacità di leggere la realtà e disponibilità ad accompagnare nel tempo. Talvolta il bisogno più urgente non è quello che appare per primo.

Nello spirito del Beato Federico Ozanam, la Carità non può ridursi a un intervento occasionale o alla distribuzione di beni materiali. Deve diventare relazione, prossimità e cammino condiviso. Il nostro compito è aiutare la persona a ritrovare autonomia, fiducia e possibilità, valorizzando le sue risorse e costruendo, quando necessario, una rete con i servizi, le istituzioni e le altre realtà del territorio. Accompagnare significa camminare accanto, senza sostituirsi, senza imporre soluzioni e senza creare dipendenza.

Ozanam ci insegna anche che la Carità deve interrogare la giustizia. Soccorrere chi soffre è indispensabile, ma occorre anche domandarsi quali condizioni abbiano prodotto quella sofferenza e impegnarsi affinché vengano rimosse. La Visita a domicilio ci permette di conoscere la povertà dal di dentro e ci affida una responsabilità: dare voce a chi rischia di non essere ascoltato, sensibilizzare la comunità e contribuire alla costruzione di una società più giusta e fraterna.

C’è poi un aspetto fondamentale: l’incontro con chi vive una situazione di fragilità trasforma anche il vincenziano. Nella Visita non esiste qualcuno che possiede tutto e qualcuno che può soltanto ricevere. Si entra in una relazione di reciprocità, nella quale ciascuno dona e ciascuno riceve. Molte volte siamo noi a tornare a casa con uno sguardo diverso sulla vita, con una gratitudine nuova e con una fede resa più concreta.

Essere vincenziani oggi significa dunque continuare a bussare alle porte, comprese quelle che la società preferisce non vedere. Dietro ognuna di esse possiamo incontrare una sofferenza che domanda ascolto, ma anche una storia che merita di ricominciare. È lì che la Carità cessa di essere un’idea e diventa presenza. Ed è lì che l’intuizione di Ozanam continua a vivere.

 

  • Tra vecchie e nuove povertà: quali sono oggi le emergenze che la Società di San Vincenzo De Paoli si trova ad affrontare? E come? 


Oggi la Società di San Vincenzo De Paoli si confronta con povertà antiche, che purtroppo non sono mai scomparse, e con fragilità nuove, spesso più difficili da riconoscere. Alla mancanza di reddito, di cibo o di un’abitazione dignitosa si affiancano la precarietà lavorativa, il caro vita, l’indebitamento, la povertà energetica, la difficoltà di accedere alle cure e l’impossibilità, per molte famiglie, di sostenere le spese educative dei figli.

Ci preoccupano particolarmente le famiglie che, pur avendo un reddito, non riescono più ad affrontare una spesa imprevista; gli anziani soli, costretti talvolta a scegliere tra curarsi, riscaldare la casa o acquistare ciò che serve per vivere; i giovani che faticano a immaginare il proprio futuro; le donne sole con figli; le persone senza dimora; i migranti; coloro che, dopo la perdita del lavoro, una separazione o una malattia, scoprono improvvisamente di essere diventati vulnerabili.

Esistono poi povertà che non compaiono nelle statistiche e non si vedono a prima vista. Penso alla solitudine, alla fragilità psicologica, alla perdita dei legami, all’analfabetismo digitale, alla povertà educativa e relazionale. Si può possedere una casa e sentirsi completamente abbandonati; si può avere un lavoro e vivere nella paura costante di non arrivare alla fine del mese. Molte persone bussano alle nostre porte chiedendo un aiuto materiale, ma dietro quella richiesta incontriamo spesso un bisogno più profondo di ascolto, orientamento e vicinanza.

La Società di San Vincenzo De Paoli affronta queste emergenze partendo dalla Visita a domicilio e dalla conoscenza personale. Ogni intervento nasce dall’ascolto della storia concreta di una persona o di una famiglia. Offriamo sostegni alimentari ed economici, contribuiamo alle spese per l’abitazione, le utenze, i farmaci e l’istruzione; promuoviamo empori solidali, mense, centri di ascolto, strutture di accoglienza, ambulatori e numerosi progetti educativi e di accompagnamento al lavoro. Le risposte assumono forme differenti nei vari territori, perché le Conferenze operano all’interno delle comunità e ne conoscono da vicino bisogni e risorse.

L’aiuto materiale, però, rappresenta spesso soltanto il primo passo. Cerchiamo di costruire percorsi capaci di restituire autonomia e fiducia, collaborando con i servizi sociali, le parrocchie, le istituzioni e le altre realtà del Terzo settore. Nessuna organizzazione può affrontare da sola fenomeni tanto complessi: occorrono alleanze responsabili, competenze condivise e comunità che sappiano prendersi cura delle persone più fragili.

Nello spirito del Beato Federico Ozanam, sentiamo inoltre il dovere di non limitarci a curare le ferite, ma di interrogarci sulle cause che le producono. La Carità ci porta accanto a chi soffre; la giustizia ci chiede di trasformare le condizioni che generano esclusione. Per questo osserviamo la realtà, diamo voce a chi rischia di rimanere invisibile e richiamiamo le istituzioni e la società alle proprie responsabilità.

La vera emergenza, forse, è il rischio di abituarci alla povertà, considerandola inevitabile o riducendola a un numero. Noi vogliamo continuare a riconoscere, dietro ogni bisogno, una persona irripetibile. Perché una comunità diventa davvero più ricca quando nessuno viene lasciato solo.

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