NAPOLI | Settimana della Carità 2026: quando servire diventa una scuola di felicità

Portare speranza: ciò che i giovani
riportano a casa dalla Settimana della Carità
La Pastorale Giovanile Vincenziana ha organizzato a Napoli, sul finire di luglio, la “Settimana della Carità 2026”, un’esperienza di servizio e condivisione in realtà difficili, lontanissime dalla vita quotidiana dei ragazzi che hanno partecipato, ma che ha saputo parlare loro di speranza e di felicità.
Così è stato per Caterina, 17 anni, dell’Isola d’Elba: “Mettersi al servizio significa cancellarsi per il tempo in cui il tuo prossimo diventa il centro del mondo, ed è proprio in questa momentanea eclissi di sé che si scopre la dimensione autentica della felicità. Una felicità diversa da quella che propone il mondo più pura, genuina, più leggera, talmente tanto che sembra di volare, planare sopra le ingiustizie di questa terra, sopra alle sue brutture, alle sue ferite. Però, poi, ecco uno sguardo, una parola, e, nel tempo di un battito d’ali, precipiti nell'abisso in cui Dio ti ha mandato per cercare di riportare qualcuno in salvo con te, lassù nel cielo. È questo che mi ha colpito maggiormente, come la gioia possa convivere col dolore e come, anche nelle situazioni più disperate, si possa sempre trovare la speranza di un futuro più luminoso”.
Non è stata una passeggiata turistica ma un’occasione di crescita personale prima ancora del servizio effettuato in realtà come il Binario della solidarietà, centro di accoglienza diurno della Caritas di Napoli, Casa Donna Nuova, che accoglie giovani donne e madri con bambini che si trovano in difficoltà, Casa Raul, che ospita ragazzi con disabilità, Casa Papa Francesco, che accoglie giovani usciti dal carcere minorile aiutandoli a reinserirsi nella società e ad avvicinarsi al mondo del lavoro, cercano di offrire aiuto presidiando il territorio.
Sofia ha 19 anni, viene dalla Spezia ed è rimasta colpita dal Centro Rom di Secondigliano dove ha incontrato le famiglie e giocato con i bambini: “Tra tutte, quest'ultima è stata l'esperienza che mi ha segnata di più. Vedere le condizioni in cui quelle persone sono costrette a vivere e, soprattutto, il luogo in cui quei bambini crescono mi ha stretto il cuore. Nei loro occhi ho visto una luce diversa da quella che dovrebbe avere un bambino: una luce appesantita da esperienze troppo grandi per la loro età. Pensare che abbiano già vissuto situazioni che molti di noi non riescono nemmeno a immaginare mi ha fatto sentire impotente. Avrei voluto fare qualcosa di più per loro, ma ho capito che anche un sorriso, un gioco condiviso o un momento di ascolto possono lasciare un segno”. Daniele, diciassettenne di Livorno, testimonia come questa settimana abbia toccato i partecipanti: “Ciò che mi ha lasciato è la consapevolezza che prima non ero mai riuscito a raggiungere della fragilità di molte persone e di dover essere io a fare il primo passo e non sempre aspettare che l'altro venga da me per poter dare una mano”.
Giornata segnate dall’incontro con la sofferenza ma legate dalla fede accompagnata dalla partecipazione quotidiana all’Eucarestia e dall’ascolto di due testimonianze: Luisa, una giovanissima postulante, e Anifo, un seminarista. Maria ha 17 anni e viene dalla Spezia. La permanenza al campo Rom di Scampia le ha sollevato interrogativi: “Perché io sì e loro no? Penso che sia una domanda che sorge spontanea quando si viene catapultati dalla nostra realtà perfetta a una che invece va a fuoco e cade a pezzi ogni giorno di più, ma credo che la risposta che mi devo dare sia che, anche se non è giusto, i privilegi che ho devono diventare un mezzo per donare (e donarmi) agli altri, e per fare in modo che la mia vita sia sempre piena e utile. Perché in fondo a cosa mi serve avere tutto se dentro non c'è nulla?”. La speranza trovata negli occhi di chi ha incontrato ha colpito profondamente Alice, neodiplomata dell’isola d’Elba: “torno a casa con una consapevolezza nuova. Ho capito quanto il bene possa nascere dai piccoli gesti quotidiani e quanto una persona, scegliendo di dedicare la propria vita agli altri, possa fare la differenza. Questa esperienza mi ha lasciato emozioni profonde e mi ha insegnato che, anche quando non possiamo cambiare il mondo intero, possiamo sempre essere una presenza capace di portare speranza nella vita di qualcuno. Per questo spero di realizzare il mio sogno e di avere anche io, un giorno, quella luce intensa negli occhi”.
Antonello Sacchi
Giornalista