La Debolezza Divina. Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Anno C)

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Solennità (Anno C)
La Debolezza Divina
di Aaron Veloso, Seminarista CM
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,11b-17
Quando ero ancora alle elementari, i miei compagni di classe si prendevano spesso gioco di me, dicendo che portavo a scuola un vero e proprio “frigorifero”. Non era, ovviamente, un frigorifero reale, ma il contenuto della mia borsa lo faceva sembrare tale: un panino e un succo per la ricreazione, riso con carne e frutta per il pranzo, e magari qualche biscotto per il pomeriggio. In ogni momento della giornata c’era qualcosa di pronto per nutrirmi.
Molti anni dopo, quando ho iniziato a vivere da solo dopo l’università, i miei genitori non hanno mai smesso di preoccuparsi per me. Anche allora, mi mandavano pasti già pronti: pietanze calde, cucinate con amore, sapendo che - se fosse stato per me - avrei probabilmente ordinato cibo d’asporto. Questo gesto, semplice ma profondo, era un’espressione concreta del loro amore: un amore che non sopporta l’idea che un figlio possa restare affamato.
Penso che molti genitori, specialmente in contesti asiatici come quello da cui provengo, conoscano bene questa forma d’amore: un amore che si esprime nel nutrire, nel prendersi cura, nel non permettere che chi si ama resti digiuno.
Oggi celebriamo la Solennità del Corpo e Sangue di Cristo, e nel Vangelo assistiamo a un gesto che scaturisce dallo stesso cuore paterno di Dio: la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Cinque pani e due pesci che, nelle mani del Signore, diventano nutrimento per migliaia. Ma il miracolo non è solo nella quantità. Il miracolo più grande è nel cuore di Dio, nella Sua Debolezza Divina - quella debolezza che Lo rende incapace di voltare le spalle alla nostra fame, alla nostra sete, al nostro bisogno.
Quando gli Apostoli, stanchi e preoccupati, dicono a Gesù di congedare la folla perché si faccia sera, Egli risponde con parole disarmanti: “Voi stessi date loro da mangiare”. È una risposta che nasce dalla compassione, ma anche dalla fiducia: la compassione del Maestro che non sopporta la fame dei suoi figli, e la fiducia in un amore che si dona e si moltiplica.
Questa Debolezza Divina si rivela in modo ancora più profondo nell’Ultima Cena, quando Gesù prende il pane e il vino e pronuncia parole che cambieranno per sempre la storia: “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…”. È lì che si compie il mistero che oggi celebriamo: la festa dell’offerta totale di Cristo, della Sua oblazione piena di Sé stesso.
È vero: Dio si dona interamente, perché non può sopportare che restiamo lontani, affamati, perduti. Egli entra nel nostro pane, nella nostra mensa, nella nostra umanità. Il Dio che si fa Carne non si accontenta di visitarci: vuole dimorare in noi, nutrirci, unirsi a noi.
E ogni volta che ci accostiamo all’Eucaristia, noi non solo riceviamo Cristo, ma veniamo trasformati da Lui. Mangiando il Suo Corpo e bevendo il Suo Sangue, diventiamo un solo corpo. Diventiamo le Sue mani, il Suo sguardo, il Suo cuore nel mondo. E proprio come il Suo cuore non sopporta la fame dell’umanità, anche il nostro cuore è chiamato a non restare indifferente di fronte alla fame - non solo del corpo, ma dello spirito.
In questa solennità, mentre ci accostiamo all’altare, lasciamoci interrogare: Abbiamo anche noi un cuore che si dona? Siamo pane spezzato per i fratelli? Oppure custodiamo per noi ciò che Dio ci ha affidato per condividerlo?
Oggi, nella festa dell’offerta totale di Cristo, della Sua oblazione piena di Sé stesso, rendiamo grazie al Dio che non sa resisterci, e chiediamo la grazia di un cuore simile al Suo: un cuore che non può resistere all’amore, un cuore che non tollera l’indifferenza, un cuore che si dona senza misura.