«Fare ritorno al Padre è ciò che contraddistingue questo momento di Quaresima». Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima (Anno C)

IV Domenica di Quaresima (Anno C)
«Fare ritorno al Padre è ciò che contraddistingue questo momento di Quaresima»
di Jacopo Tiberti, gruppo giovani - Vincenziani Lazio
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15,1-3.11-32
É interessante leggere questo Vangelo nel mezzo della Quaresima, in continuità con la domenica precedente, il Signore ci mette davanti alla possibilità di riconciliarci con Lui. Se da una parte domenica scorsa il Vangelo parlava di una misericordiosa attesa della nostra conversione, oggi il vangelo ci aiuta a comprendere come poter ritornare al Padre per poter portare frutto nella nostra vita. Ma cosa significa portare frutto?
Portare frutto significa scoprire quali doni, ossia quali risorse, quali potenzialità, quali ricchezza sono racchiuse nella nostra persona e avere il desiderio di portarle agli altri. Ciascuno di noi possiede una ricchezza diversa e unica. Don Fabio Rosini in una delle sue catechesi dice: «TU sei importante. DIO ti AMA! Ci sono parole che solo TU potrai dire, sentimenti che solo TU potrai provare, abbracci che solo TU potrai dare. Dio scommette su di te perché TU sei importante! Perché vale la pena scommettere su di te»!
Questo ci tocca profondamente e ci fa chiedere: quali sono le mie ricchezze? Come poterle usare?Possiamo trovare risposta a queste domande soffermandoci nel messaggio del vangelo odierno.
Questo Vangelo, dall'etimologia del temine "evangelium" o dal greco εὐαγγέλιον, "buona novella", oggi, tramite l'esperienza di questo figlio ci consegna un messaggio. Una buona notizia, un messaggio di speranza. Ci dona una possibilità!
Ognuno si trova nella sua vita in un punto, forse indefinito, forse ben chiaro. Ma tutti abbiamo sperimentato prima o poi la sensazione di sentirci persi, affranti, incompresi, o di non sentirci in sintonia con Dio. L'esperienza di questo figlio ci parla di una ribellione, di un andare oltre, di essere al di fuori, fuori da sé stesso perché lontano dalle sue origini, dalla sua eredità. Quando questo ragazzo/uomo si perde, si riconosce nel bisogno allora intuisce un’assenza: v. 16-17 "avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora tornò in sé e disse: "quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!"
E decide di fare qualcosa... v. 18 "Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre ho peccato verso il Cielo e davanti a te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio trattami come uno dei tuoi salariati" e così fece.
Questo ci ricorda quello che viene pronunciato quando ci apprestiamo al banchetto dell'eucarestia: "oh, Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di soltanto una parola e io sarò salvato/a". Ciò che determina la possibilità di essere salvati è proprio avere un atteggiamento intrinseco di riconoscerci bisognosi di Gesù Cristo, del Padre. Fare ritorno al Padre è ciò che contraddistingue questo momento di Quaresima. "Questo è il momento favorevole, questo è il giorno della Salvezza".
Essere e sentirsi salvi, se ci pensiamo bene, vuol dire sentirsi al sicuro, protetti e accolti. Potremmo aggiungere che significa anche essere e sentirsi in pace con sé stessi. Per questo il figlio in questa parabola, perde la sua pace, la sua sicurezza, la sua protezione, riconosce di aver perso tutto. Perde anche sé stesso, la sua identità, proprio perché si è allontanato dalla sua origine, dal suo essere figlio di un padre.
Il risvolto di questo Vangelo è sorprendente.
Il v. 22 inizia con un "Ma" che indica proprio qualcosa che il Figlio non si aspetta, e forse anche noi non ci aspettiamo nella nostra vita. "Ma il Padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".
Quando torniamo al Padre assumiamo proprio un altro aspetto. Noi diventiamo chi siamo veramente. Figli eredi di un Padre buono. Quando noi cerchiamo il volto del Padre, troviamo anche il nostro vero volto! Questo figlio che si era allontanato ed era morto, è tornato in vita. Anche noi siamo chiamati come esseri viventi a tornare in vita, a sentirci salvi di nuovo e per sempre. Questa è la grande festa Pasquale. Questa è la nostra resurrezione costante, la quale trova senso nell'offerta salvifica di Gesù Cristo.
Questo passaggio ci dà la possibilità di compiere una maturazione personale che ci permette di essere profondamente noi stessi e di poter portare questa pace e questo amore riconciliante anche a chi incontriamo nella nostra vita. I poveri, sono proprio le persone che hanno bisogno di tornare al Padre, di ritrovare quella dignità nascosta, di sentirsi amati e assumere la possibilità di poter riprendere in mano la propria vita.
A partire dalla nostra esperienza di amore gratuito e tenero di Dio, è possibile diventare portatori di questa esperienza e farla fare anche a chi ne ha bisogno.
Il padre buono è l'emblema di Dio Padre, il v. 20 ne descrive l'atteggiamento compassionevole: "quando era ancora lontano, suo padre lo vide, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò". La compassione è la chiave che permette di amare noi stessi e di amare il nostro prossimo, proprio come Dio ci ama. Questo è il comandamento di amore più grande che Dio ci ha donato.
Questo amore è l'antitesi dell'atteggiamento giudicante e ostile assunto dal fratello maggiore in questa pericope. Infatti egli si presenta come figlio giusto e lamentoso agli occhi del padre.va.29-30 "ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai disubbidito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto... E ora è tornato questo tuo figlio... e per lui hai ammazzato il vitello grasso".
Questa posizione non gli dà la possibilità di sperimentare la misericordia fraterna, la comprensione dell'errore umano, l'accoglienza che salva.
Questo stimola in noi una riflessione: assumo una posizione da giudice con le braccia conserte o sui fianchi, oppure allargò le braccia e accolgo Dio, me stesso/a e mio fratello/sorella che mi sta davanti?
Entrambi i fratelli sembrano essere attaccati alla loro eredità. La differenza che li contraddistingue riguarda proprio l'atteggiamento umile e docile di riconoscere l'errore commesso: v.19 "trattami come uno dei tuoi salariati", riconoscendo il proprio bisogno, riconoscendo la propria povertà.
Sono in grado di percepire l'assenza dentro di me? Di cosa ho bisogno, come soddisfo questo bisogno?
Ciò che ha determinato la salvezza del fratello minore non è stato semplicemente di ritrovare la possibilità di nutrirsi, quanto lasciarsi avvolgere e coinvolgere dall' amore gratuito che ridona vita. Noi anche possiamo ritrovarci in Dio Padre.