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«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio», commento al Vangelo della VI Domenica (ANNO C)

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio»

di Suor Ivana Ranieri, FdC

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,17.20-26)

Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio».

Nel Vangelo di Luca, le beatitudini appaiono in una forma più essenziale rispetto al discorso delle beatitudini di Matteo. Qui, sono presentate quattro beatitudini, ciascuna accompagnata da un avvertimento corrispondente: i "Guai a voi". Questo contrasto evidenzia la logica del Regno di Dio, che rovescia i criteri mondani, esaltando i poveri, gli affamati, gli afflitti e i perseguitati, mentre ammonisce coloro che si adagiavano nelle sicurezze terrene.

Mentre Matteo presenta Gesù sul monte, simile a Mosè, Luca lo descrive come un profeta e lo pone in una pianura, un luogo simbolico che rappresenta le grandi battaglie spirituali. Qui si richiama il combattimento interiore che ogni discepolo è chiamato a vivere per abbracciare la logica del Vangelo.

Le parole di Gesù sono rivolte a un "voi" ben preciso: non solo alla folla che resta sullo sfondo, ma ai suoi discepoli, quindi anche a noi oggi. La seconda lettura ci aiuta a comprendere questa sfida nel cuore stesso della nostra fede: attraverso il battesimo, siamo chiamati a vivere il nostro carisma profetico, esercitando un discernimento che smaschera tutto ciò che dentro di noi ostacola il cammino di beatitudine iniziato grazie al dono dello Spirito di Cristo.

Il contesto in cui si svolge questo episodio del Vangelo conferisce un significato particolare: siamo in pianura, alle porte di Cafarnao, città situata lungo la "via del mare", una strategica arteria commerciale che univa il Mediterraneo al sud. Questo è un luogo di passaggio, affollato di gente in transito, di volti e storie che si incrociano.

Il Vangelo di oggi ci presenta un forte contrasto: da un lato le beatitudini; dall’altro i "guai a voi". Gesù ci rivela la logica del Regno di Dio, che rovescia i criteri mondani: chi è povero, affamato e afflitto è beato, mentre chi si sente sazio e sicuro rischia di essere cieco davanti alla vera felicità.

A chi sta parlando Gesù? Non solo alla folla, ma ai suoi discepoli, e dunque anche a noi. La vera domanda è: chi ascolterà queste parole? Chi ha già tutto rischia di ignorarle, mentre chi percepisce la propria povertà interiore è pronto ad accoglierle.

Il punto cruciale è l’"ora": "Beati voi che ora avete fame, che ora piangete…" La felicità del Vangelo non è per chi si sente già arrivato, ma per chi riconosce il proprio bisogno di Dio.

E dentro di noi? Ognuno di noi ha una parte povera, delle lacrime, un vuoto da colmare. Ed è proprio lì che Cristo vuole entrare. Il rischio maggiore è l’autosufficienza, quella che ci fa perdere la prospettiva e ci rende ciechi davanti al dono della vera vita.
Lasciamoci interrogare: Qual è la mia "povertà" oggi? Sono disposto ad ascoltare Gesù e a lasciarlo entrare proprio lì?

Gesù scende dal monte, dove ha trascorso la notte in preghiera, scegliendo i Dodici. Viene dal silenzio, dall'incontro intimo con il Padre e dal discernimento con i suoi discepoli. Ora, invece, si trova immerso nella folla, circondato da persone che lo ascoltano, nel mezzo del fluire della vita quotidiana. È proprio in quel contesto che pronuncia parole sconvolgenti: "Beati voi, che ora avete fame, che ora piangete..." e, allo stesso tempo, "Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione… che ora siete sazi… che ora ridete."

Gesù batte su questo tasto: tutto si gioca su come stiamo ora, in questo preciso momento. Se ora stiamo bene, Guai a voi! Perché? Lo capiamo meglio nel versetto successivo, quando Gesù dice: "Ma a voi che ascoltate, io dico..." Chi ascolterà queste parole? La differenza sta tutta qui: ascolterà Gesù chi è povero, chi ha fame, chi sta piangendo. Un ricco ha già la sua consolazione e non sente il bisogno di ascoltare questo predicatore.

Ecco il paradosso del Vangelo: la felicità di Cristo non è disponibile per chi ha la pancia piena. Chi è sazio e soddisfatto è distratto, non si accorge della propria mediocrità e delle trappole che lo attendono. Un salmo dice: "L'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono." Possiamo leggere tutto questo in chiave sociale, ma anche come realtà interiore: dentro di noi c’è una parte povera, ci sono lacrime, c’è qualcosa di incompleto. Ed è proprio questa miseria la porta d’ingresso per il Salvatore.

La preghiera si apre in quello squarcio di incompletezza che ci portiamo dentro, nella percezione della nostra insufficienza, della nostra povertà di verità. Ma è proprio questa povertà che ci permette di accogliere il Salvatore. Maria nel Magnificat dice la stessa cosa: "Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi."

Dal punto di vista spirituale, la nostra miseria è il nostro punto di forza, lo spazio di Dio nella nostra vita. Eppure, spesso, noi odiamo le nostre povertà. Ma l’esperienza ci insegna che cercare di parlare al tronfio, al soddisfatto, al potente che è dentro di noi è una battaglia persa. Il libro dei Proverbi ci avverte: "Prima della rovina viene l'orgoglio, e prima della caduta c'è l'arroganza."