Skip to main content

Riflessioni sul Capitolo V delle Regole Comuni: l’Obbedienza

logo esteso

Riflessioni sul Capitolo V delle Regole Comuni: l’Obbedienza

Il capitolo quinto delle Regole Comuni sull’obbedienza risente in gran parte della cultura verticistica
dell’autorità tipica dell’epoca di san Vincenzo. Per questo vi è una centralizzazione di ogni
comportamento del missionario intorno al superiore: a tutti i livelli, generale, provinciale, locale (RC
V, 3). In questo capitolo le indicazioni delle Regole sono molto pragmatiche con indicazioni precise
riguardo a tanti tipi di comportamento, alla cui base però vi è un profondo senso di dipendenza da
coloro che sono preposti alla vita di comunità. Pertanto è necessario un occhio critico nella lettura e
interpretazione di questi testi, trattenendo ciò che è tipicamente evangelico e spirituale rispetto a ciò
che è legato alla cultura del tempo. La Chiesa, che ci è madre e da cui occorre imparare, nel corso degli
ultimi secoli ha riletto la relazione con l’autorità in modo “sinodale” – secondo il linguaggio introdotto
recentemente da papa Francesco. Linguaggio che non è che una variante – forse maggiormente
esplicita – della tematica principe del Concilio Vaticano II, e cioè del “dialogo” come via per
approcciarsi il più possibile alla volontà del Signore. Simile visione dialogico-comunionale è
maggiormente rispondente sia al primato della fraternità tra discepoli quale segno identificativo di
appartenenza al Signore, sia alla sensibilità della cultura d’oggi che ha messo in luce la relazionalità
come fattore originario della dignità della persona.

Rileggendo questi articoli in questa prospettiva, l’obbedienza raccomandata dal testo della Regola si
inserisce nell’ambito della realizzazione di una comunità fraterna, alla cui base sta come ragione
l’imitazione del modo di agire di Gesù. Pertanto l’obbedienza intende esprimere la modalità tipica della
“sottomissione che Gesù ha vissuto nei confronti della Vergine Maria, di san Giuseppe e di ogni
persona rivestita di autorità, sia meritevole sia discola, vedendola nel Signore e il Signore in lei” (RC
V, 1). L’obbedienza richiesta al missionario non è dunque una dipendenza servile. Essa è invece
connotata cristologicamente: è il riflettersi nel modo umano di vivere di Gesù, il Figlio, l’eterno
obbediente del Padre. Il punto di riferimento dell’obbedienza è dunque la figura di Gesù e non un
generico riferimento ad una norma per il buon ordine comune. Obbedendo all’autorità il missionario
“onora” il modo umano di esistere di Gesù. “Onora”, dice il testo: il che significa riconoscere nella
“dipendenza amorosa” di Gesù dal Padre il modo giusto di vivere anche la propria umanità. Questo
modo è “giusto” poiché l’accettare il giudizio di un altro su di sé significa entrare in una logica di agape,
in quanto amare implica perdere la propria autocentratura per rendersi ospitali nell’accogliere la
diversità dell’altro. Questa dinamica che fa spazio ed accoglie volentieri l’altro – il suo pensiero, il suo
giudizio, le sue preferenze – allarga i propri confini generando un’autentica fraternità. In questo modo
“si onora” il modo di essere di Gesù e, nello stesso tempo, se ne assumono i contorni.
La sottomissione all’autorità “come lima in mano al fabbro, con una sottomissione, per così dire cieca,
del nostro giudizio e della nostra volontà non solo ai comandi espressi, ma anche alle sue intenzioni”
(RC V, 2) nella “pia consuetudine del non chiedere e del non rifiutare nulla” (RC V, 4) può apparire
agli occhi di noi moderni una passività indebita. Eppure la specificazione che essa va fatta “con
prontezza, gioia e perseveranza” (RC V, 2) dà un tocco di graziosa leggerezza e di tonalità positiva a
quella dipendenza, poiché è l’affetto verso una persona amata che scioglie l’ambiguità della dipendenza
da qualsiasi forma di subordinazione o di soggezione.

Di conseguenza l’obbedienza fiorisce là dove il desiderio di fraternità è più forte della spinta istintiva
all’autonomia individualista. E con occhi di fede può trasformarsi in un’ascetica che favorisce la
“conformazione a Cristo”, quale vertice del vivo sentimento di se stessi, una volta spogliato
dall’orgoglio dell’autorealizzazione e arricchito dalla consegna di sé ad altri. Sostanzialmente
l’obbedienza è un modo autentico ed elegante, sia pure faticoso, di praticare la carità evangelica.

P. Ermino Antonello C.M.
(Provincia Italiana della C.M.)